"Solo i bambini sanno cosa cercare" disse il Piccolo Principe.
In effetti un tempo lo sapevo, ero certa di saperlo. Quando si cresce, la triste realtà è che si finisce per accontentarsi o paradossalmente per volere troppo. Questo blog è per parlare di ciò che mi fa stare bene, di ciò che mi incuriosisce. E' la mia finestra sul mondo. E sarà lo strumento per scoprire cosa cerco davvero. O forse la magia sta nel non scoprirlo mai.
Ci sono avvenimenti, nella vita di ognuno, che sono difficili da dimenticare, che rimangono vividi e impressi nella mente e nel cuore, di cui potresti elencare aneddoti e dettagli. Uno di questi, per me, è il primo giorno di scuola. Come se avessi cominciato lì a vivere davvero: mi sentivo pronta, sicura, mi sentivo grande, grandissima.
Sulle mie spalle la mia adorata cartella di Mafalda color viola, un dolce fardello pieno di libri, matite colorate e desideri: mi portavo sulle spalle i miei sogni e non erano nemmeno così pesanti come ora. Sui miei capelli biondi un simpatico frisé acconciato apposta per l'occasione, per farlo svolazzare in allegria al richiamo degli altri bambini. Elena ha conquistato la mia simpatia dal primo minuto passato insieme, ma in fondo tutti, in quella classe, sembravano delle persone in gamba. Sì, persone, non bambini: eravamo ormai grandi, non proprio come gli adulti che non capivo come mai potessero ancora piangere, ma insomma, ci stavamo avvicinando.
Patrizia, Popy, Teresa, i nomi delle mie insegnanti. Della prima ricordo esattamente il profumo che per cinque lunghi anni ha indossato, della seconda il suo amore per il caffelatte che le lasciava una scia sul labbro superiore, della terza l'accento del sud e la copertina gialla del quaderno di matematica. Ricordo la voglia di tornare a casa per raccontare cosa avevamo fatto quella mattina e quelle successive, ricordo il primo 10 che, con la scrittura della maestra, mi era sembrato un NO, ricordo l'alfabeto che faceva riferimento a strani animali (come la I di istrice), ricordo che vivevo l'alzata di mano per dire la mia come una pugnalata al cuore, con conseguente rossore sulle guance ma tanta volontà di potermi esprimere. Stamattina, vedendo tanti piccoli cuccioli indossare il grembiulino nero all'ingresso di quella che fu la mia scuola elementare, mi sono quasi emozionata: li ho osservati con un sorriso sincero, augurando loro una prima, vera, esaltante esperienza di vita. C'era chi aveva già amichetti con cui parlare e chi, attaccato a mamma e papà, era intimorito da questo grande cambiamento.
Io mi sono rivista nel mezzo, tra il timore e l'esaltazione, tra la paura del non sapere e la gioia delle prime volte.
Ho parlato alla piccola Ilaria e sono stata contenta di saperla felice.
Tutti te ne parlano bene, tutti ne sono rimasti entusiasti. E allora parti col piede giusto, sai già di andare a vedere un film che probabilmente non deluderà le tue aspettative. Quasi Amici è un film semplice, che non ha bisogno di
giri di parole o di dialoghi costruiti per intraprendere una conversazione con
le nostre emozioni.
everyeye.it
Philippe, tetraplegico a causa della sua passione per il
parapendio, assume Driss come badante, che inizialmente si presenta al
colloquio solo per prendere il sussidio di disoccupazione. I due sono agli
opposti, sia fisicamente che moralmente, ma scatta un’alchimia
particolare che in breve tempo li rende inseparabili. Più che il titolo
tradotto in italiano che - come spesso accade, non riesce a semplificare quello
che accade in due ore di film, trovo invece perfetto ed esemplificativo il titolo del libro da cui è poi stato tratto il film: “Il
diavolo custode”. Driss esagera, spesso, quasi sempre. Tanto che, devo
ammetterlo, ho trovato un paio di scene forzate, quelle scene che ti fanno passare dalla
risata a crepapelle al punto interrogativo lasciando un po' basiti. Ma è davvero l’unica cosa da dire a riguardo perché il resto lo trovo impeccabile.
sentio.it
Tratto da una storia vera, in Quasi Amicisi viene
sicuramente aiutati dalle musiche, meravigliose ed evocative, di Ludovico
Einaudi che, con la sua delicatezza, riesce a trovare spunti di riflessione a
cui dar voce senza dover interrogare il vicino di posto. E si finisce col cuore stretto in gola quando ci si ritrova a guardare gli
occhi di Philippe che a loro volta fissano il mare e la sua distesa infinita.
Due occhi che, come già accennavo prima, non hanno bisogno di frasi ad effetto
per dare valore a ciò che lo spettatore trova sullo schermo. Due occhi che con la loro espressività spiegano tutto: dolore, stanchezza, rimpianti,
rimorsi, riconoscenza e un po’ di pace ritrovata.
I veri "Philippe & Driss": Philippe Borgo Di Pozzo & Abdel Sellou
glamourparis.com
Quasi Amici è commozione contornata da tante risate. Insomma, se ancora non avete avuto
l’opportunità di andare a vedere questa meravigliosa lezione di vita, cari
amici, mi chiedo cosa stiate aspettando.
Penso a Rossella Urru, la cooperante 29enne rapita in Algeria lo scorso 22 ottobre 2011 e non ancora liberata, e poi penso al libro "Donne che corrono coi lupi" di Clarissa Pinkola Estés.
E certi pensieri, certe frasi contenute nel libro sembrano racchiudere alla perfezione, sospese nell'aria e tra pagine bianche, la situazione che Rossella, e con lei tante altre donne e altrettanti uomini, stanno passando.
"In tempi duri dobbiamo avere sogni duri, sogni reali, quelli che, se ci daremo da fare, si avvereranno."(Clarissa Pinkola Estés, Donne che corrono coi lupi)
Oggi è il Blogging Day dedicato a lei, a questa giovane donna che ha lasciato tutto per andare dove il cuore le ha suggerito. Ma non dovremmo mai dimenticarci di queste persone che riescono a renderci orgogliosi del nostro Paese, in un'era in cui tutto sembra classificarci tra gli sfavoriti di turno.
I media non hanno parlato di lei, se non di volata, dopo che era stato alzato il polverone da gente dello spettacolo quale Geppi Cucciari, durante il Festival di Sanremo, o da Fiorello, in un video pubblicato tramite il suo account Twitter.
Perché ci ostiniamo a non sentire, a non vedere, a non parlare? Perché abbiamo a cuore i nostri capricci, la futilità e la mondanità quando poi non riusciamo ad andare al di là del nostro naso incipriato? Che cosa fa la nostra anima quando ci scordiamo di lei?
Rossella ha il diritto di essere libera di tornare dalla sua famiglia, sia essa quella del suo Paese nativo, sia essa quella dove aveva deciso di vivere.
"Siamo pervase dalla nostalgia per l'antica natura selvaggia. Pochi sono gli antidoti autorizzati a questo struggimento. Ci hanno insegnato a vergognarci di un simile desiderio. Ci siamo lasciate crescere i capelli e li abbiamo usati per nascondere i sentimenti. Ma l'ombra della Donna Selvaggia ancora si appiatta dentro di noi, nei nostri giorni, nelle nostre notti. Ovunque e sempre, l'ombra che ci trotterella dietro va indubbiamente a quattro zampe." (Clarissa Pinkola Estés, Donne che corrono coi lupi)
Si
dice che l’uomo possa conoscere il momento in cui la morte sta sopraggiungendo,
ma non quello in cui i suoi occhi si chiuderanno e il suo cuore cesserà di
battere, non potrà razionalizzare o ragionarci sopra in un secondo momento, perlomeno non in questo mondo. Ciò fa di lui un essere immortale. E questo dolce
pensiero viene rafforzato dal ricordo, dall’eco dei suoi gesti, delle sue
espressioni, delle sue parole che continuano a vivere nelle persone che sono
venute dopo di lui, in chi è sangue del suo stesso sangue, in coloro che gli
sono stati accanto, nelle persone che hanno ricambiato un suo sorriso. Abbiamo
l’enorme potere di influenzare, di illuminare le vite degli altri attraverso
ciò che scegliamo di fare, di dire ogni giorno. Tu non sei mai stato uno di
grandi parole, nonno. Schivo, riservato, mi hai però insegnato che la
solitudine può essere cangiante, mutevole e per questo bellissima. Mi hai
insegnato che posso trovare tutte le risposte dentro il mio silenzio, dentro il
silenzio di quattro pareti bianche che circondano altrettante famiglie. Mi hai
insegnato a stare bene con me stessa senza bisogno di essere prolissa né
ridondante. Mi hai insegnato che la mente può battere il corpo 1 a 0, anche se
quest’ultimo fa di tutto per sopraffare. Hai sempre avuto una mente sveglia,
lucida e questo, forse, a volte è stato controproducente ma mai inutile. I
ricordi della tua vita, della tua infanzia, i fatti storici che ti hanno
accompagnato sono sempre stati vividi nella tua mente, non hanno mai preso
polvere. E se mi impegnavo, riuscivo persino a leggerli in quei piccoli eppur
vivaci occhi color cielo che indossavi. Mi strappi un sorriso se ripenso a
quando, da piccola, prendevo carta e penna e ti facevo fare i dettati, come una
maestra fa con il suo scolaretto. E tu non ti negavi mai, ma facevi qualche
errore grammaticale e allora io ti riprendevo e tu, divertito, ridevi e a
ripensarci bene magari qualche errore lo facevi pure apposta pur di veder
scaturire in me qualche reazione. Elisa ricorda quando giocavamo con le carte,
mettendo i soldini sopra di esse o quando, d’estate, ti posizionavi
rigorosamente sotto l’ombrellone e poi, puntualmente, ti spellavi lo stesso e
più di tutti. Le giornate passate ai parchetti, i panini con la nutella, il tuo
amore per i quiz televisivi, niente verrà scordato. Nemmeno la tua
testardaggine o quel tuo sguardo, a volte un po’ perso, che guardava giù, verso
la piazza e la stazione. Chissà a cosa pensavi, nonno. Forse pensavi di poter
andare veloce come i treni che vedevi passare, forse speravi che arrivasse in
orario il giorno in cui i cuori che ti stavano attorno si allietassero,
diventassero finalmente sereni, senza serbare rancore, né odio, né
indifferenza. Forse era ciò che più desideravi, ma non hai mai avuto il
coraggio di dircelo. Eppure davanti alla morte tutto sembra così assurdo, tutte
le incomprensioni appaiono inutili, senza senso. Poco più di un mese fa mi hai
guardata e mi hai sussurrato di stringerti la mano. L’ho fatto senza esitare e
tu me l’hai stretta forte. Avrei voluto chiederti il perché di mille cose, ma
ho deciso di farlo nel mio silenzio, come tu mi hai insegnato. E so che in
qualche modo mi hai risposto, con quel gesto: questo mi ha rasserenata. E ciò
che rasserena tutti noi oggi è sapere che quella tua malattia che ti ha
impedito di muoverti come avresti voluto ora è stata sconfitta. Abbiamo vinto
noi nonno, è lei quella che ha lasciato il campo a mani vuote. E ora puoi fare
tutto ciò che vuoi, puoi riprendere a camminare, puoi persino correre nonno,
in campi di luce a te sconosciuti ma che presto, prestissimo ti saranno
familiari.
"Quello che facciamo è soltanto una goccia nell'oceano, ma se non ci fosse quella goccia all'oceano mancherebbe." (Madre Teresa di Calcutta) Raffaele Leggieri - 11.09.1927 • 10.02.2012
Solidarietà e solitudine cominciano con le medesime quattro lettere.
E talvolta possono coesistere.
E' quello che succede in "The Help", film diTate Taylor e trasposizione dell'omonimo libro di Kathryn Stockett, con un cast eccezionale e una storia che degli aggettivi corale-femminile-razziale ha fatto le sue tre colonne portanti. Tre sono anche i personaggi principali: Eugenia Phelan detta Skeeter (la fuoriclasse Emma Stone), Aibileen Clark (un'introspettiva Viola Davis) e Minny Jackson (una strabiliante Octavia Spencer). "The Help" è il film della compresenza: in esso coesistono il dramma e la commedia, le lacrime (tante) e i sorrisi (altrettanti), i bianchi e i neri.
facebook.com/thehelpmovie
Ma se ogni elemento si specchia nel suo opposto, quello della presenza quasi unicamente femminile merita un discorso a sé. Sono le donne ad essere protagoniste in questo film: donne coraggiose e combattive, donne fragili e superficiali, donne buone o cattive, donne bianche o nere, ma donne. Diversi tipi di donne si alternano nella Jackson degli anni '60, ma sono donne che sanno ciò che vogliono, siano esse borghesi siano esse cameriere. Alcune lo esprimono liberamente perché pensano di essere in dovere (e con il potere) di farlo, altre tengono tutto tra le pareti della propria anima, aspettando il momento giusto per urlare la loro sofferenza, il loro silenzio.
E così troviamo Skeeter, giovane promessa del giornalismo, consapevolmente attenta a tutte quelle voci rimaste inascoltate, le voci delle cameriere nere del Mississippi che passano la loro vita a crescere figli bianchi di famiglie benestanti e ad avere bettole private al posto di bagni, come a screditare la loro dignità già scalfita da pregiudizi e comportamenti razziali.
thehelpmovie.com
Troviamo Aibileen e Minny, due amiche dai caratteri contrapposti, ma risolute, ognuna a modo suo, nell'aiutare la giovane scrittrice nel suo intento e ad aiutarsi l'una con l'altra in una missione che va ben al di là della realizzazione di un libro di testimonianze.
facebook.com/thehelpmovie
Ciò che in quegli anni avviene, dal punto di vista storico, politico, sociale non ci viene raccontato nei minimi dettagli. Riusciamo a capirlo, comprenderlo e metabolizzarlo grazie alle vite private delle protagoniste, grazie a qualche breve accenno a Martin Luther King o ai movimenti dei Freedom Riders, argomento trattato, con grande passione e arrivando fino agli anni '90 con l'esperienza dei Freedom Writers, anche nella mia tesi di laurea.
"The Help" non è il primo e non sarà l'ultimo film a trattare il tema della segregazione razziale, ma lo fa con sincerità, purezza e fluidità. Lo fa attraverso un racconto corale che va a toccare le corde giuste, che sprona, motiva e regala a chi l'ha guardato e a chi vorrà guardarlo un punto di vista prezioso e necessario.
"The Help" è aiuto corrisposto che, indirettamente, viene incontro anche a chi entra in questo mondo per la sola durata del film, uscendone rinvigorito, fortificato. E con un paio di occhi nuovi, pronti ad affrontare le piccole grandi prove di ogni singolo giorno.
Ci sono film che, senza averli ancora guardati, sai già che
ti piaceranno. C’è qualcosa che ti spinge a pensarlo, qualcosa nel trailer, nei
sorrisi degli attori sulla locandina, qualcosa nell’aria.
Con “Scialla!” è
stato proprio così: una sorta di amore a prima vista, incondizionato, non
rivelato ma presente. E confermato nel momento in cui, minuto dopo minuto, gli occhi si posavano curiosi sullo schermo davanti a me per poi uscirne sazi,
soddisfatti, appagati. Un film che scorre anche se non così velocemente come si
possa pensare; un film che diverte ma che emoziona al tempo stesso; un film che
parla del rapporto particolare tra due generazioni a confronto, così distanti
eppure così vicine, legate da sensazioni comuni, come a sancire un legame tra
coloro che si definiscono distanti, opposti, estremi. E si finisce per
chiedersi se un sentimento quale la paura non sia poi così sconosciuto né per
uno né per l’altro. E’ questa la matrice comune dei due personaggi che, a mio
modesto parere, funzionano alla grande: un aulico Fabrizio Bentivoglio con
accento nordico, apatico e solitario, e un freschissimo Filippo Scicchitano,
con accento romano, arrabbiato e in piena burrasca. E in mezzo a loro due modi
di pensare, di parlare, di inventare, di reinventarsi completamente differenti
eppure completamente complementari.
Un film che parla di oggi, di ieri e di domani e che vi
consiglio di guardare avidamente, intrufolandovi al cinema quasi per sbaglio e accogliendo con un sorriso tutto ciò che di bello e istruttivo questo film ha da dare.
Anche per parlare di rivoluzione bisogna avere coraggio.
La rivoluzione non è cosa semplice: richiede sfrontatezza, follia, entusiasmo.
In un mondo dove gli animi sono sopiti e pigri nonostante la frenesia e il logorio dei giorni che inesorabilmente passano (e irreversibilmente non tornano), sì, bisogna trovare il coraggio anche solo di parlarne. Bisogna farlo per abituare le menti al cambiamento che ognuno di noi, volente o nolente, ha dentro di sé e che, volente o nolente, dovrebbe portar fuori ogni qualvolta il corpo, la mente, l'anima si ribellano perché desiderosi di sbocciare, di esplodere, di vivere.
Tante, troppe volte ho cercato di sopprimere e soffocare questa sensazione che continua, imperterrita, a cuocermi dentro, ogni giorno sempre più violenta, scomoda ma inesauribile. Ho provato ad assecondare pensieri e opinioni altrui senza che trovassero un vero e proprio riscontro con i valori in cui realmente credo; ho provato ad indossare mille maschere per piacere e compiacere; ho provato a nascondermi dietro sorrisi di circostanza ingoiando prevaricazioni. Ci ho provato e ho sofferto.
Ho sofferto perché "la vita secondo gli altri" non è "la mia vita". Sono due libri separati, diversi, contrastanti. Sono il nero e il bianco, la casualità e il destino, l'istinto e il raziocinio.
Sono i Nirvana e i Beatles.
Non si smette mai di soffrire, così come non si smette mai di rimandare questa benedetta rivoluzione. E' lì, che implora, grida e schiamazza. E' lì che quando vorresti vomitarla riesce pure a sussurrartelo all'orecchio, senza disturbarti troppo, come un bambino che ti tira la mano cercando di portarti davanti allo scaffale dove campeggia il giocattolo del suo desiderio.
Lech lechà: vai a te stesso.
E tu, con gli occhi lucidi e il magone che ti impedisce di parlare, sorridi alla tua rivoluzione e scuoti la testa. Perché non hai abbastanza coraggio di prenderla per mano e tuffarti nella follia, sentendoti libera anche in mezzo agli squali.
Ieri sera un amico mi ha detto che cambiare, il più delle volte, è difficile. Lo sapevo già, ma lui me l'ha palesato. Mi ha detto che non è mai troppo tardi per mettere in atto la propria rivoluzione. Lo sapevo già, ma mi ha confortato. E ha aggiunto che molto spesso la rivoluzione che rimane in stand-by dentro di noi, viene poi alimentata e attivata grazie a qualcun altro, qualcuno di esterno: un conoscente, un mentore, un esempio, o un amico come lui. A questo, sinceramente, non ci avevo mai pensato.
E sapete perché succede questo? Perché le persone che ci stanno vicine in fin dei conti lo fanno perché ci amano. E quando ci amano per quello che siamo non vorrebbero mai vederci diversi. Ci guardano negli occhi e ci dicono "non cambiare mai" dandoci una pacca sulla spalla. E questo "non cambiare mai" è allo stesso tempo una condanna e il prodotto delle loro paure e del loro lecito egoismo. Quelle tre parole hanno un sottotitolo che dice Non cambiare mai, perché se tu dovessi cambiare dovrei cambiare anch'io, imparando a rapportarmi con te in un modo del tutto nuovo e diverso. E ho una paura fottuta di cambiare.
L'ho ringraziato, questo mio amico. Gli ho detto che le sue parole, che prima di ieri sera erano riversate sulle pagine di un libro, mi avevano rassicurata, mi avevano fatto capire che non ero sola. Le sue parole erano le parole di Matteo, ma anche quelle di Carla e quindi di Sofia. E di Daniele. Erano le parole di due adulti e di due adolescenti che si mescolano, si attanagliano e finiscono per non avere più distinzione né limbo. Perché in fondo qualsiasi adolescente è già un po' adulto e gli adulti, beh, gli adulti non smettono mai di essere adolescenti.
Questo amico, che di nome fa Silvio Muccino, ha scritto "Rivoluzione n.9" a quattro mani con un'altra amica speciale, che di nome fa Carla Vangelista. Questi animi galantemente ribelli hanno sfoderato le loro armi silenziose con l'Inno alla gioia di Beethoven come colonna sonora per la loro impresa.
Dicono che se lo ascolti bene, non sarai più lo stesso. Dicono di lasciar fluire la propria rivoluzione. Dicono di imparare a dire no. Dicono e parlano di me, senza essere coscienti di farlo. O forse sì.
E io non posso far altro che ringraziarli. Perché mi hanno fatto capire che la sensibilità e la fragilità non sono difetti, ma qualità andate dimenticate per fame di successo, ricchezza e potere. Perché indirettamente mi hanno iniziata ad una rivoluzione personale che è partita nell'esatto istante in cui ho aperto quel libro e che probabilmente non finirà mai, non finirà più. E' lì, accanto a me, che mi guarda sorridendo perché sa con sicurezza che uno di questi giorni la porterò fuori, a fare un giro.
E da quel momento niente ..niente sarà più come prima.
Al di là della sua creazioni, “Stay hungry. Stay foolish.” è l’insegnamento che porterò sempre con e dentro me, il monito, il motto, la lezione di vita. Steve ci ha insegnato che possiamo trarre ispirazione da tutto ciò che ci circonda, ci ha insegnato che in tutto e in tutti c’è del potenziale. Basta solo guardare nella giusta direzione e non avere paura di rischiare. Sorrido perché so che continuerà a ricordarcelo, perché ciò che ha creato parlerà di lui e per lui, senza bisogno della sua diretta approvazione.
Aggrottava le sopracciglia, sorrideva, pronunciava qualche parola a bassa voce. Faceva tutto questo e lo faceva credendoci. Non lo faceva abbozzando qualche cambio di espressione qua e là, lo faceva in modo visibile e senza nascondersi, come invece farebbe qualcuno che viene sorpreso in un momento del genere. A chi non capita di esprimere ad alta voce un pensiero che sta attraversando la propria mente per poi accorgersi di essere stati visti o sentiti con la conseguenza di sentirsi inappropriati?
Lui no. Lui camminava per strada da solo, senza sentirsi solo.
Chiunque a primo impatto avrebbe aggrottato a sua volta il sopracciglio, confuso. E non nego di averlo fatto anch'io in un primo momento. Mi è venuto da pensare: "Capisco un adulto, ma perché un bambino dovrebbe voler esprimere i suoi pensieri visibilmente, senza pensarci?". Dopo due secondi, mi sono ricreduta. In realtà è più buffo sapere di un adulto che lo fa, anche se lo facciamo tutti e magari non lo ammettiamo.
E allora mi è venuto in mente che magari stava chiacchierando con il suo amico immaginario.
Quanti di noi in fin dei conti l'hanno avuto? Magari avevano nomi assurdi, magari ne cambiavamo uno ogni giorno o magari era uno ed era fedele. Ma ad ogni nostro dubbio, domanda, paura era lì, a consolarci: il nostro inconscio che dava risposte senza chiedere nulla in cambio, travestito da compagno di giochi, da pupazzo, da Barbie, da animaletto e nutrito dai nostri quesiti e dalla nostra inevitabile paura di crescere.
Mi sono ritrovata a sorridere, sentendomi in completa sintonia con quel bambino che parlava da solo. Mi sono ritrovata a riflettere e a pensare che, in fondo, quegli amici immaginari non ci hanno mai, veramente lasciati.
Non ci hanno mai lasciati soli. Nemmeno per un istante.
"E' un mondo difficile" diceva Tonino Carotone. Il problema è che sempre lo sarà, ma questo non deve essere motivo di sconforto e rassegnazione. E' la base che andrebbe scalfita, è la base che andrebbe modificata e ridimensionata. Noi siamo solo in cima, a guardare inermi verso il baratro. Ok, sarà anche una visione pessimistica, ma non conosco uno dei miei amici che non si sente inerme-demotivato-confuso. E non è questione di voglia, volontà o quant'altro: noi giovani sprizziamo energia da tutti i pori! E' che, giustamente, se questa energia non viene ricompensata dalla società in cui viviamo, come possiamo incanalarla e tenerla sempre attiva? Non siamo macchine. Ma ci viene richiesto di esserlo. Ci viene richiesto di avere pazienza ma di non lamentarci. E perché? Perché siamo giovani senza esperienza che "dobbiamo farci le spalle". Ma non è già abbastanza vivere in un mondo che non ti dà mezzo straccio di certezza?
C'è bisogno di una rivoluzione, c'è bisogno di una rivoluzione degli animi. Di coloro che stanno alla base, in primis. E di noi che siamo in cima guardando giù impauriti. Abbiamo timori, speranze e sogni e dobbiamo riuscire a incastrarli perfettamente in un puzzle infinito che richiede costanza e fatica. Tutti hanno fatto fatica nella vita, certamente. Ma sembra che al giorno d'oggi sia la prassi e la conseguenza di un mondo apparentemente moderno che nasconde buche insabbiate del passato. E noi non dobbiamo parlare. "Perché vuoi mettere la vita che si faceva anni fa?" E certo. Ma nessuno pensa che abbiamo un cuore, un'anima e un frullato di pensieri assordanti e contrastanti in testa. Ogni santo giorno. Ma cerchiamo di non farne un dramma, di non farci sgamare, di tenere la testa alta e sorridere come se niente fosse. Invece stiamo di merda, noi della "nuova generazione".
Perché parliamo ma non veniamo ascoltati. Perché gridiamo e voi siete sordi. Perché vogliamo impegnarci e voi ce ne fate pentire. Perché siamo i grandi di domani e saremo pieni di rimpianti. Perché, nonostante tutto, saremo noi un giorno a prendere in mano le redini del gioco e speriamo tanto che vi ricrederete. Amen.
E alla fine è tutto vero: Giuliano libera Milano!!
Con il 55,1% Pisapia stravince contro il 44,9% della Moratti. Bene, anzi benissimo, anche De Magistris a Napoli con il 65,4% contro un misero 34,6% di Lettieri.
E ora... tutti in piazza Duomo a festeggiare IL cambiamento. Che il vento si trasformi in uragano, un meraviglioso e potente uragano pronto a spazzar via tutto ciò che Milano, fino ad oggi, ha dovuto trangugiare.
Della serie: cose-dell'altro-mondo! Ero in fibrillazione: "Ci sarà mica Gordon Ramsey lì dentro?"
Prima ipotesi
..Mmmm, sarà mica che, per l'occasione, è uno degli invitati al concerto di Pisapia stasera in Duomo? Dal camioncino arancione, si sa mai..
Seconda ipotesi
Forse ci sono. Mi sa che è per "The F Word", altro programma culinario di Gordon Ramsey. Dal video che segue, sembrerebbe che è andato in cerca del best Italian restaurant ever. E giustamente si sarà chiesto: perché cercarlo all'estero e non far tappa nel, ben più ovvio, Belpaese?
Terza ipotesi
Emmm.. O forse, come mi suggerisce qualcuno su Twitter in seguito a testimonianze simili alla mia, è un paninaro (probabilmente fan sfegatato del famoso chef) che si è attaccato il logo del programma sul suo bel didietro e, oltre a far salamelle, fa fesso chiunque sappia a cosa si stia riferendo. Anche perché il logo non sembrerebbe essere proprio quello che si vede spesso in TV se lo guardiamo attentamente. Se si trattasse di un fake: i miei complimenti per la trovata pubblicitaria!
Mah.. il mistero rimane. Per una volta - anche se molto probabilmente non sarà così, mi è piaciuto pensare, nell'immediato, che il grande chef Ramsay avesse voluto intraprendere un tour nella bella Italia, assaporando le specialità del nord e facendosi riconoscere da chi lo segue.
Ad ogni modo..
Occhi aperti (e bocca chiusa se state masticando) ;-)
A una settimana di distanza, here you are il mio resoconto sull'Eurovision Song Contest, tenutosi sabato 14 maggio a Dusseldorf:
Dopo 13 anni di assenza, l’Italia torna a gareggiare all’Eurovision Song Contest e lo fa alla grande! Raphael Gualazzi, già vincitore della categoria “Sanremo Giovani” 2011, fa incetta di successi e si aggiudica il secondo posto su 25 paesi in gara. Un degno ritorno italiano, preceduto solo dall’Azerbaigian, vincitore assoluto, e davanti alla Svezia, terza classificata.
La scelta dell’Italia di rimanere fuori dalla competizione per così tanti anni sicuramente non ha giovato agli ascolti. Anzi, probabilmente starete pensando che io stia parlando di un concorso canoro forse pari a Castrocaro o al saggio oratoriale di fine anno. Niente di più sbagliato: si parla del festival musicale più seguito AL MONDO. Più di X-factor, più di Sanremo, più di American Idol. Sì, avete capito bene. Perché sabato 14 maggio davanti alla TV c’era tutta Europa, e oltre. Preparatevi a dare il benvenuto al brivido che vi percorrerà la schiena: 100 milioni di spettatori. Roba che se i cantanti non son svenuti in diretta è stato un miracolo.
Ho particolarmente a cuore questo programma perché lo scorso 11 dicembre 2010 ho partecipato alle semifinali e, più precisamente, alla finale svizzera, tenutasi a Kreuzlingen, vicino Zurigo. In veste di spettatrice? Naaaa. In veste di corista per Scilla con la canzone “Barbie Doll”. Oh yesss. Mi trovavo sul palco della Bodensee-Arena e già mi sembrava immenso. L’adrenalina era a mille, soprattutto dopo aver saputo che quella sera ci avrebbe guardato tutta la Svizzera con una stima di 500.000 spettatori. Figuriamoci 100 milioni, roba che su Twitter sarebbe da commentare con un bel #masiampazzi? :-D
Io, in versione corista con Mir, per l'esibizione di Scilla con la canzone "Barbie Doll"
Insomma, per il gran finale al voto hanno partecipato 43 paesi, sul palco solo 25. Ma le emozioni, le sorprese e, perché no, le riflessioni sono state tante.
Vi siete persi questo magnifico evento? Non strappatevi i capelli e leggete qui le mie pagelline. Non vi fidate? Cercate online le esibizioni e fatemi sapere i vostri promossi e bocciati!
Pensate ad una sorta di “Giochi senza frontiere” in chiave musicale, shakerate e gustate!
♬ Finlandia >Paradise Oskar – “Da Da Dam”
La canzone è debole e fin troppo educata. Lui, ragazzino dalla faccia pulita che imbraccia la chitarra, sfoggiando il suo miglior sorriso. Il nome d’arte non fa altro che confermare la mia impressione. Scelta non proprio azzeccata per aprire lo show.
Voto: 5
♬ Bosnia & Erzegovina > Dino Merlin – “Love in Rewind”
Convince subito. La sorpresa è vedere sul palco un signore di una certa età, con lo spirito e la forza di un giovincello. Si narra abbia scritto l’inno nazionale della nazione che rappresenta. Probabilmente, l’unico pezzo della serata che se ne fotte della globalizzazione musicale in atto, che vorrebbe un pop facile, omologato alle aspettative. L’esplosione folkloristica si sente e gliene siamo grati.
Voto: 7,5
♬ Danimarca >A Friend in London – “New Tomorrow”
La canzone non è niente di nuovo, anzi, sembra scopiazzata da Coldplay & affini, con un copia e incolla fatto male. Ma la loro presenza scenica colpisce e sanno stare molto bene sul palco. PS. Il frontman è un gran figo.
Voto: 6
♬ Lituania >Evelina Sašenko – “C’est Ma Vie”
Gran voce, forse la voce più bella sul palco della finale dell’Eurovision. Lei, delicata e rassicurante. Ma la canzone risulta un po’ moscia e priva di carattere. Simpatico il commento di Bob Sinclar, visibilmente infastidito dalla pronuncia poco corretta del titolo da parte della cantante, che, allungando la nota, sembrava dire “C’est ma-ha vie”.
Voto: 6+
♬ Ungheria > Kati Wolf – “What About my Dreams?”
Canzone dance che potrebbe diventare il tormentone di quest’estate. Tentativo, non riuscito, di passare per la nuova Agnes. Più che una ventenne, Kati sembrava la sorella di Céline Dion datasi alla musica tunz-tunz.
Voto: 5/6
♬ Irlanda > Jedward – “Lipstick”
Due gemelli, o sarebbe meglio dire, due pazzi scatenati. Scenografia da paura. Capelli ingellati all’insù e tutine rosse con spalline-alla-Carrà annesse. Un incrocio scordinato tra David Bowie e Lady Gaga. Li ho trovati freschi, originali e geniali. La canzone funziona, anche se ci si fa imbambolare più dalla loro performance che dal resto. Ma vanno premiati per il coraggio di parlare di “rossetto”. Anche se, a pensarci bene, mi sa che per loro era del tutto normale.
Voto: 8
♬ Svezia >Eric Saade – “Popular”
Considerato come uno dei papabili vincitori, ma arrivato “solo” terzo: mi sto ancora chiedendo perché. Canzone aberrante, che più pop-dance non si può, che nemmeno nel boom delle boyband degli anni ’90 avrebbe funzionato. Lui, il Justin Bieber versione svedese-libanese. Unica nota da salvare: la scenografia con tanto di cubo di “vetro” che al suo “acuto” si infrange in mille pezzi.
Voto: 4/5
♬ Estonia > Getter Jaani – “Rockefeller Street”
Deliziosa. Lei, il vestito, la canzone e la scenografia. Esibizione molto “luna-park version” con lei che ci fa da cicerone tra ruote panoramiche e amici dispettosi. Si narra sia una delle protagoniste di High School Musical. Avrebbe meritato più punti e qualche posizione in più nella classifica finale.
Voto: 7
♬ Grecia > Loukas Giorkas feat. Stereo Mike – “Watch my Dance”
Esperimento di commistione tra generi musicali differenti. Lui, adone greco con vocione da musica melodica, accompagnato sul palco da un rapper. Scenografia e atmosfera pseudo-apocalittica. Il titolo della canzone farebbe pensare al pezzone dance estivo e invece, tiè, vi frega e lascia a bocca aperta. Tentativo di originalità, ma manca quel non-so-che.
Voto: 6/7
♬ Russia >Alexey Vorobyov – “Get You”
Ecco a voi l’esibizione più trash dell’intera serata. Lui, ammicca alla telecamera, senza rendersi conto che è di un ridicolo che, povero, più ridicolo non si può. Immaginatevi un misto tra Ken, Fonzie e Danny Zucco. Mescolate e avrete Alexey. Nemmeno la canzone e la coreografia riescono a salvarlo: la prima di una scontatezza infinita, la seconda vedeva altri tre ballerini (tra cui il sosia di Sayid di Lost) con lettere appiccicate sulla schiena che, girandosi, andavano a comporre la scritta “ALEX”. Brrrrr, stendiamo un velo pietoso.
Voto: 4--
♬ Francia >Amaury Vassili – “Sognu”
“Se non ci fosse Bocelli, sarebbe un genio”: questo il commento di uno degli esperti presenti negli studi Rai. Già, perché ti trovi un bel ragazzo dal capello lungo sul palco, con voce lirica e ottimo standing. Canzone cantata in lingua corsa, a metà tra il francese e l’italiano. Peccato però che sia praticamente identica a “Melodramma” del più conosciuto tenore italiano.
Voto: 6-
♬ Italia > Raphael Gualazzi – “Madness of Love”
Cercando di essere il più obiettiva possibile, sicuramente Gualazzi, tra tutte le canzoni presentate all’Eurovision, è stata quella che si suol dire “una ventata d’aria fresca”. Sicuramente il più sofisticato di tutti. Anzi, tra i vari pezzi pop e dance, sembrava quasi un marziano. Ma è stato apprezzato e si è aggiudicato il secondo posto. I maligni dicono che sia solo “merito” dei 13 anni di assenza dell’Italia. Beh, se è per questo, poteva benissimo esserci il rovescio della medaglia. Io credo che sia semplicemente stata premiata la vena jazz e il grande talento del nostro Raphael. La canzone era “Follia d’amore”, vincitrice della “categoria giovani” di Sanremo, rivisitata, sostituendo alcune frasi originali in lingua inglese.
Voto: 9
♬ Svizzera > Anna Rossinelli – “In Love for a While”
Non riesco ancora a capacitarmi di come sia potuta arrivare ultima su 25. Ho avuto occasione di incontrare Anna alla semifinale svizzera, lo scorso dicembre, in occasione del mio supporto come corista per la canzone “Barbie Doll” di Scilla, allora in concorso. Lei era deliziosa, così come il suo pezzo che, ancora oggi, mi è rimasto in testa senza diventare palloso, scontato o noioso. Lo scorso 11 dicembre eravamo tutti d’accordo che fosse stata scelta lei per presenziare alla finale, rappresentando così la Svizzera. Ma sono rimasta davvero sorpresa nel vedere che praticamente nessun paese l’abbia riconosciuta e premiata. La canzone è fresca, orecchiabile, in levare e ti lascia una gran gioia di vivere. Comincio a pensare che il fatto di non aver avuto niente di speciale come scenografia abbia, ahimé, giocato a sfavore. Della serie: “fa niente se la canzone fa schifo, ma se fai il circense durante l’esibizione ti voto.” Un gran peccato.
Voto: 9
♬ Regno Unito > Blue – “I Can”
Sicuramente i più noti al pubblico europeo. Credevo si fossero ormai sciolti e invece.. beccateveli all’Eurovision Song Contest! Tutti e 4 in gran forma, per carità, ma la canzone è una truzzata senza precedenti e la scelta degli schermi con le loro gigantografie è ormai roba vecchia, i cui pionieri, all’epoca, furono gli N-Sync. Qualche nota stonata, ma, alla fine dei conti non si può dire che l’intero pacchetto non fosse degno del palco, anzi. Speravo solo in un pezzo migliore.
Voto: 6/7
♬ Moldavia > Zdob și Zdub – “So lucky”
Tra i miei preferiti. Anche loro annoverati tra le esibizioni “diverse dal solito”. Immaginatevi dei folletti tra il folk e il rock, con dei cappelli a cono altissimi, che saltellano da una parte all’altra del palco. La canzone sembra cambiare genere ogni 30 secondi, trasformandosi. Meritavano il podio. PS. Da notare la somiglianza del frontman con Cassano.
Voto: 8,5
♬ Germania > Lena Meyer-Landrut – “Taken by a Stranger”
Si ripresenta, a sorpresa, la vincitrice dello scorso anno che con “Satellite” aveva impazzato nelle radio di tutta Europa. Questa volta in versione più sensuale e accattivante, con una canzone che va riascoltata più volte perché non fa molto “canzone-da-Eurovision”, ma al massimo una b-side alla fine di un cd. Ad ogni modo merita, anche se a tratti sembra assumere il muso alla Noemi Letizia. PS. Trattasi di bella copia, tutta al naturale, però.
Voto: 7
♬ Romania > Hotel FM – “Change”
Si tratta dell’esibizione più votata dai telespettatori e dai giurati italiani, che però non riesce a posizionarsi in alto nella classifica generale. Resta comunque una canzone positiva, che inneggia al cambiamento e per questo fa sempre simpatia. Il cantante cerca di ipnotizzarci con i pantaloni neri a righe bianche per farci sembrare che sia più alto del metro e cinquanta, con scarsi risultati. Ma passa con la sufficienza per i 3 minuti di ottimismo.
Voto: 6,5
♬ Austria > Nadine Beiler – “The Secret is Love”
Dadadadam: ecco a voi la Céline Dion austriaca. Questa volta, però, in versione caschetto nero e gonna mozzafiato. Insomma, una Dion decisamente più moderna, più giovane, più fresca. Voce notevole, ma il contrasto troppo forte tra canzone melensa e aggressive look stride come le unghie sulla lavagna. Lavori in corso, ma la si promuove.
Voto: 6,5
♬ Azerbaigian >Ell/Nikki – “Running Scared”
Sembrano stati messi assieme tramite una scelta random e non ponderata. Lei, la fake version di Shakira (sembra usino la stessa tintura per capelli), lui il finto clone di Justin Timberlake. Vicini fanno un po’ “vieni-da-zia-che-ti-do-la-paghetta” ma, attenzione, sembrano funzionare alla grande. La canzone ha un ritornello forte e ti rimane subito in testa. Stra-votati da un sacco di nazioni, si aggiudicano, con qualche bah, la vittoria all’Eurovision 2011.
Voto: 7
♬ Slovenia > Maja Keuc – “No One”
La ragazza ha una gran bella voce e un sacco di carisma. Peccato che sia qualcosa di già-sentito e già-(stra)visto. Timbro praticamente identico a quello di Christina Aguilera, titolo della canzone che ci fa pensare ad Alicia Keys, pezzo che potrebbe essere stato scritto da (o per) Britney Spears. Il pop, quello da girl-power, c’è e si sente. Apprezzo la scelta delle coriste che fortunatamente non assomigliano a manici di scopa e riescono a supportarla alla grande. Ma pecca di peculiarità, senza riuscire a bucare lo schermo.
Voto: 6/7
♬ Islanda > Sjonni’s Friends – “Coming Home”
Commuovono questi ragazzi islandesi che portano sul palco la canzone scritta, per l’appunto, dal loro amico Sjonni, che avrebbe dovuto partecipare all’Eurovision ma che, sfortunatamente, è scomparso un mese prima dell’inizio. La canzone è catchy e piacevole, loro sono altrettanto. Funziona il fatto di non avere un frontman e l’umiltà di mettersi tutti sul medesimo piano, sicuri di compiere una buona azione. Si racconta abbiano improvvisato “Gente di Mare” in islandese dietro le quinte.
Voto: 7+
♬ Spagna > Lucia Perez – “Que Me Quiten lo Bailao”
Ewww. Una di quelle canzoni di cui faresti volentieri, più che volentieri, a meno. La ragazza spera di bissare il successo avuto anni fa da Paulina Rubio & Co., ma con scarsi, scarsissimi risultati. La Carrà in studio la elogia, ma siamo sicuri che l’elogio sia dettato solo ed esclusivamente dal suo amore per la nazione spagnola. Se proprio bisogna trovare qualcosa da salvare, ci buttiamo a capofitto sul “oh oh oh oh oh oh oh” del ritornello che, però, viene accompagnato da un passo coreografico che nemmeno-le-pecore. Avanti il prossimo!
Voto: 4,5
♬ Ucraina > Mika Newton – “Angels”
Una tra le performance che ho più apprezzato. Lei, bellissima, con un vestito dotato di spalline piumate, alla Final Fantasy. La canzone, particolare, ma necessita di più ascolti. Si viene un po’ distratti dall’artista sulla sua sinistra, proveniente pure lei da un mondo parallelo e fantastico, che improvvisa disegni sulla sabbia, i quali vengono proiettati sul grande schermo alle loro spalle. Enel-style, ma pur sempre magica.
Voto: 8,5
♬ Serbia > Nina – “Čaroban”
Chiudete gli occhi appena si presenta questa cantante sul palco e riapriteli 5 secondi dopo: vi ritroverete catapultati in “Hair Spray”, tra disegni, vestiti e acconciature anni ’70. Lei, deliziosa, collant color latte a parte. La canzone è giocosa e festiva, ma resta un po’ in sordina per canzoni decisamente più potenti della sua.
Voto: 6,5
♬ Georgia > Eldrine – “One More Day”
Arriviamo così all’ultimo gruppo in gara per l’Eurovision 2011. Un mix pericoloso tra Evanescence & Linkin Park, non riuscito purtroppo. La cantante si presenta con un vestito a metà tra alieno e origami-version e con una voce piuttosto anonima e alquanto irritante, con colpi di glottide finali ad ogni nota che prende. Ci sta il tentativo di alternative rock per risvegliare chi si fosse, per caso, addormentato. Da apprezzare l’essersi discostati dagli altri generi portati sul palco, ma avrebbero decisamente potuto offrire di meglio.
Voto: 5/6
Che dire? Opinioni musicali a parte, che rimangono comunque soggettive, si potrebbe star qui a parlare dell’Eurovision per ore, giorni forse.
Le prime considerazioni che mi vengono da fare, azzarderei dire “etnografiche” sono le seguenti:
Perché mai i Big 5 (Regno Unito, Germania, Francia, Spagna e Italia) possono passare direttamente alla finale senza sostenere le semifinali, mentre gli altri paesi devono farsi un mazzo tanto per riuscire a intravedere, magari solo illusoriamente, il palco della finale?
Nessuna nazione può votare, tramite sms e telefonate, per sé ma solo per gli altri: lo trovo giustissimo. Unica cosa: come suggeriva qualcuno, forse bisognerebbe negare il voto non solo verso la propria nazione, ma anche verso quelle limitrofe. C’è infatti stata una fortissima tendenza a dare il maggior numero di punti ai “vicini di casa”. Esempi? San Marino, Spagna & Co. hanno privilegiato l’Italia. Così come gli ex paesi dell’Unione Sovietica si sono supportati l’un l’altro. Della serie: se non posso votare per me stesso, allora preferisco dare il mio voto ai miei “simili” anziché nutrirmi delle differenze etnoculturali nonché musicali di nazioni che si discostano dalla mia? Curioso.
Ma altrettanto curioso è anche il fatto che, per esempio, la Latvia, nonostante il punto 2, abbia deciso di dare i suoi 12 punti (cioè il massimo, il suo ipotetico 1° posto) proprio a noi Italiani e dunque a Raphael Gualazzi, coccolandoci anche con un “Welcome back Italy” e un “You make me feel so good”! Se quest’estate non avete impegni, mi raccomando, visitate la Latvia ^^
Last but non least, vince l’Azerbaigian, sconosciuta ai più ignorantoni, ma, a quanto pare, amatissima sul palco dell’Eurovision dagli altri 24 paesi in gara, chi più chi meno. Con un totale di “221 points” Ell & Nikki si aggiudicano infatti il podio, contro i “189 points” dell’Italia e i “185 points” svedesi. E se lo aggiudicano con la loro “Running Scared”, che tutto ha tranne che sonorità tipiche della loro terra, visto che sembra stata scritta dal cantante pop del momento. Da apprezzare comunque. Vederli emozionarsi per la vittoria è stato emozionante anche per chi era a casa, anche per chi, come noi Italiani, era lì con le dita incrociata a tifare Gualazzi.
L’anno prossimo, dunque, sarà proprio l’Azerbaigian a ospitare la 57° edizione dell’Eurovision Song Contest che, fino ad oggi, ha sfornato circa 1100 canzoni e portato alla ribalta artisti come gli Abba, Céline Dion o i nostrani Domenico Modugno, Gigliola Cinquetti, Toto Cutugno. Insomma, per qualcuno un calderone dove mescolare stili e culture diverse che, però, anno dopo anno, sembrano omologarsi senza troppe distinzioni. Per altri, finalmente un’occasione per conoscere e ascoltare canzoni che, altrimenti, non sarebbero mai giunte alle nostre orecchie, scoprendoci così un pochino più europei. E un pochino più uniti, andando fieri della nostra nazionalità senza rinnegare quelle altrui. Anzi, riconoscendo in esse la ricchezza del diverso, utile a farci aprire gli occhi, a renderci consapevoli.